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Da due atti unici di Antonio Petito, (alias “Totonno ‘o pazzo”, il più grande Pulcinella di tutti i tempi), “Pascariello surdato cungedato” e “Don Felice Sciosciammocca creduto guaglione ‘e n’anno”, deriva l’idea di questa comicissima commedia in due atti, con l’ambizioso tentativo di rimettere in scena la fisicità del grande “Teatro totale” dell’ultima grande Commedia dell’Arte napoletana, con il particolare uso dello spazio, del corpo, del suono e della voce nelle molteplici sfaccettature.
L’agile riscrittura dei due atti unici di Petito e di alcune scene scarpettiane, che si intrecciano in un’unica vicenda, e l’invenzione di numerose scene che danno maggiore risalto e caratterizzazione ai personaggi e che si amalgamano organicamente, rendono il testo ricco di continui controscena a soggetto (lazzi), di scambi di ruolo e di sesso, di giochi di parole e di assonanze, di colpi di scena.
Il linguaggio, parzialmente modernizzato, vuole però far rivivere l’antico spirito partenopeo, mantenendo espressioni tipiche dell’idioma che, pur se non sempre comprensibili alla lettera per il pubblico non campano, lo sono sicuramente a senso, inserite come sono in un contesto teatrale che utilizza, dando loro la giusta dignità, tutti i linguaggi espressivi.
Intorno ai personaggi dell’arcigna zia Macaria, della dolce ma determinata Mariella, della “’nciucessa” (pettegola) e ruffiana Carmela, dello studente squattrinato Don Felice, del tronfio Pascariello, del vecchio e ricco pretendente Bertuccio, ultime palpitanti “maschere” della Commedia dell’Arte napoletana, si dipana la comicissima vicenda di “Tutti vonno fa’ ‘ammore cu me”.
La regia ha privilegiato i luoghi deputati con gli elementi essenziali rispetto alla scenografia canonica, il costume teatrale, la maschera e l’attore che la incarna, studiando e valorizzando i singoli atteggiamenti e la loro composizione, il ritmo dei corpi e delle voci, la gestione dello spazio, della luce e del buio, del suono e del silenzio, a conclusione di un accurato lavoro di ricerca.
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| Durata 1h 30’ – Cast 10 persone (6 attori, 4 tecnici) |
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Don Sistopaolo, ricco e maturo negoziante di baccalà, ha sposato la giovane e istruita Giulietta, che cerca di sottomettere alla sua volontà maschilista con lo spauracchio del Codice, che gli uomini hanno scritto, ma che le donne sanno, purtroppo per lui, leggere ed applicare.
Il testardo “baccalaiuolo”, suo malgrado, si trova coinvolto in una vicenda che vede interagire con lui gli altri personaggi: Don Gaetano e Donna Luisa, coppia apparentemente rispettabile; Assunta, anziana cameriera di casa, classico esempio di saggezza popolare; infine Don Isidoro, giovane gagà nullafacente, alla continua ricerca di sospirate avventure.
Ad assistere Don Sistopaolo, che rischia di rimanere stritolato dalla vicenda, sarà un settimo, apparentemente muto, personaggio: il bastone “chiacchierone”, da cui ad un certo punto comincia a dipanarsi la matassa oltremodo ingarbugliata.
Tutti magistralmente caratterizzati i personaggi di questa pièce comica, tipicamente napoletana, di cui il pubblico di tutta Italia può fruire grazie all’adattamento effettuato, che ha salvato pienamente la spiritualità partenopea di un testo che sintetizza simpaticamente l’improvvisazione, i lazzi, la fisicità del “Teatro Totale” dei Petito e la situazione, la vicenda, l’intreccio tipicamente scarpettiani.
Durata 1 h 40’ - Cast 10 persone (6 attori, 4 tecnici).
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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA SBORNIA
commedia in 2 tempi di Eduardo De Filippo
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Teatro dei Dioscuri ritorna al grande Eduardo dopo tantissimi anni. Ritorna con un testo simpaticissimo, ma poco conosciuto, su cui ha svolto un interessante percorso di messinscena.
Diversi testi di Eduardo hanno un qualcosa di onirico che li caratterizza, che li contamina e li influenza (dalla famosissima “Non ti pago” a “Le voci di dentro”), o comunque creano l’atmosfera di sospensione tra sogno, pazzia, realtà (“Questi fantasmi”, “Il figlio di Pulcinella”, “Ditegli sempre di sì”). Al sogno, come succede nella più conosciuta “Non ti pago”, è legato anche il gioco del lotto, cifra dello spirito napoletano, che aspira, con un colpo di spugna (fortuna), a cancellare una condizione quotidiana spesso intrisa di insoddisfazioni e frustrazioni.
Pasquale Grifone sogna spesso, sogna Dante, gioca al lotto numeri sognati, aspetta con ansia una grande notizia che, però, non lo farà né ridere né piangere, anzi gli procurerà tutt’e due le emozioni: gioia e dolore. Preso per pazzo o per ubriaco (da ciò il titolo di shakespeariana memoria, ma solo memoria) dalla famiglia, vive la sua vicenda per lui disgraziata, per tutti gli altri fortunata. Come una sorta di Cassandra moderna, è costretto a non godere della fortuna procurata a sé e agli altri, non creduto riguardo alle conseguenze tremende di quella stessa fortuna. Da questa che è l’essenza della vicenda, dalla struttura drammaturgica del testo, scaturisce la classica comicità eduardiana (sarebbe meglio dire tragicomicità).
La regia ha voluto aggiungere alla drammaturgia del testo e dell’attore (con le improvvisazioni, la coralità, i ritmi e i giochi vocali, fisici e spaziali), la drammaturgia della scena. E’ questa la novità più significativa dello spettacolo, che è anche un nuovo percorso di ricerca di Teatro dei Dioscuri: una scena in continua evoluzione sul palcoscenico, non passiva, di semplice arredo, ma vissuta, raccontata, trasformata, adattata, integrata pienamente nella vicenda umana. Come la scena, anche i costumi perdono il carattere accessorio che spesso il teatro tende a dargli, ma riprendono la loro natura di intima connessione con l’attore.
Durata 1h 30’ – Cast 14 persone (11 attori, 3 tecnici)
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